mercoledì 20 maggio 2009

Il Comune di Milano si rifà il trucco

«Sciura Angela buongiorno, cosa ne pensa del nostro servizio di assistenza?». Cuffie microfonate in testa, il sindaco Moratti, ieri, per tastare il giudizio dei milanesi sulla qualità dei servizi comunali, ha indossato i panni dell’addetta di un call center: l’infoline del Comune che ogni settimana - tra varie funzioni - chiama gli anziani di Milano per garantire loro la teleassistenza: una chiamata di cortesia per captare i bisogni dei nonnini soli. Un servizio che dal prossimo ottobre sarà esteso anche ai disabili per prenotare le prestazioni sanitarie. Il Comune, dunque, mette il turbo, presenta nuovi servizi e il potenziamento dei vecchi. Si partirà con un restyling degli sportelli unici dell’anagrafe sparsi nelle nove zone della città: presto il via per quello di zona 4 e altri tre entro dicembre. Intanto nella sede centrale di via Larga l’orario è stato prolungato (fino alle 19.30 il mercoledì e dalle 8.45 alle 12 il sabato). Si moltiplicheranno anche gli sportelli “Amico” in collaborazione con Poste Italiane: per ora sono 77 in città e 201 in tutta l’area metropolitana. Ma il vero cambiamento arriva con Internet: entro fine anno la metà dei cittadini potrà scaricarsi certificati e pass per la sosta direttamente dal proprio pc. Addio code agli sportelli.
Lo sforzo piace ai milanesi che, in anticipo sulle novità annunciate dal sindaco e dall’assessore ai Servizi al cittadino Stefano Pillitteri, promuovono i servizi comunali a pieni voti. Così Palazzo Marino si porta a casa un bel sette e mezzo in pagella. Gli “emoticon” di Brunetta hanno sorriso agli sportelli dell’anagrafe: il servizio “Mettiamoci la faccia”, voluto dal ministro per la Pubblica Amministrazione e inaugurato nella sede di via Larga il 23 marzo scorso per consentire ai cittadini di dare un voto alla qualità delle prestazioni erogate, ha registrato il 75 per cento di giudizi positivi. Gli utenti, che possono scegliere se toccare la faccina rossa (voto negativo), gialla (sufficiente) o verde (positivo) hanno optato a maggioranza per quest’ultima. A loro giudizio, insomma, la pubblica amministrazione funziona. Per ora, i settori interessati sono quelli per il rilascio della carta d’identità elettronica, l’ufficio protocollo e la prenotazione dei funerali. E in attesa che le faccine si moltiplichino, da lunedì, il Comune ha introdotto un altro sistema di voto per valutare l’efficienza del call center 020202. Dopo aver parlato con l’operatore, gli utenti possono esprimersi con la tastiera del telefono: 1 per il voto positivo, 2 per la sufficienza, 3 per un giudizio negativo. Il risultato dei primi due giorni lascia ben sperare: 1419 ok (l’88 per cento), 158 sufficienze (10 per cento) e 35 pollici versi (2 per cento). Palazzo Marino, dunque, incassa il suo successo, e non solo dai cittadini: ieri è arrivata, direttamente nelle mani del sindaco, dal presidente di Certiquality Giordano Righini, anche la certificazione Iso 9001 sulla qualità dei servizi al cittadino: un attestato che, generalmente, misura il livello di qualità di un’azienda e che quest’anno ha premiato il 50 per cento dei servizi comunali. Ora, ha commentato Pillitteri, «non pensiamo solo ad appuntare medaglie, ma a migliorarci continuamente».

sabato 16 maggio 2009

Il dentista low cost


In tempi di crisi anche i dentisti aggiustano le tariffe. Arriva così l’odontoiatria sociale: prestazioni low cost per alcune categorie di pazienti. “Teniamo al vostro sorriso” è lo slogan che lancia un accordo, partito da poco, fra Ministero del Lavoro, Salute e Politiche sociali, Andi (Associazione nazionale dentisti italiani) e Oci (Odontoiatri cattolici italiani). In provincia di Milano, spiega Claudio Pagliani, presidente provinciale della sezione Andi di Milano e Lodi, «sono già 301 gli studi dei nostri associati che hanno aderito all’iniziativa, a cui bisogna aggiungerne 13 a Lodi e dintorni e 22 tra Monza e Brianza».
I prezzi, nel caso di qualche dentista del centro di Milano, possono scendere anche del 30 per cento. Questo il tariffario “calmierato”: 80 euro per una visita odontoiatrica con ablazione del tartaro e insegnamento dell’igiene orale, 25 euro per la prevenzione della carie nei bambini, 60 euro per togliere un dente, 550 euro per una protesi parziale in resina, 800 euro ad arcata per una dentiera. «Ci sono colleghi che applicano già queste tariffe – spiega Pagliani -. Ad esempio chi ha lo studio in zone povere o disagiate della città. Ma c’è chi, in centro, una dentiera la mette anche a 1200 euro». In sostanza, si potrà risparmiare non solo nello studio della Barona, ma anche in quello di piazza San Babila che normalmente ha prezzi da urlo.
Lo “sconto”, anche se gli addetti ai lavori non amano chiamarlo così, è a carico del dentista che liberamente sceglie di aderire all’iniziativa. E che, probabilmente, potrà usufruire di agevolazioni fiscali.
A beneficiarne sono : tutti coloro che hanno l’ISEE (Indicatore di Situazione Economica Equivalente cioè – in poche parole – il reddito) non superiore a 8 mila euro, indipendentemente dall’età; gli esenti dai ticket sanitari per motivi anagrafici, per patologie croniche e invalidanti e inabili al lavoro con ISEE non oltre i 10 mila euro; i titolari di Social card; le donne in gravidanza senza limiti di reddito solo per la visita odontoiatrica con ablazione del tartaro e insegnamento dell’igiene orale. Si è deciso di tutelare in modo particolare quest’ultima categoria «perché gli studi scientifici degli ultimi quattro-cinque anni hanno dimostrato che le malattie parodontali che si manifestano durante la gravidanza possono portare il peso del nascituro a valori inferiori alla norma. E poi la mamma è anche la prima educatrice».
Per trovare il dentista più vicino a prezzi agevolati basta consultare i siti www.obiettivosorriso.it, www.ociweb.it, www.ministerodellasalute.it o chiamare il numero verde Andi 800 911202. Per prenotare la visita basta chiamare lo studio scelto e. al momento di presentarsi, esibire la certificazione necessaria per usufruire dello sconto, oppure dichiaralo con autocertificazione munita di codice fiscale. «Dobbiamo avvicinarci sempre di più a un’idea di un welfare dell’odontoiatria, per far capire al grande pubblico che i dentisti non sono una categoria di approfittatori sociali».

Caos e parcheggi selvaggi: benvenuti all'Idroscalo

Concerti, manifestazioni sportive, spettacoli e serate in discoteca. Ma anche bivacchi, rumore e caos parcheggi. Da domani prende il via la stagione estiva dell’Idroscalo, con le sue due facce: quella di chi, giocoforza, sceglie il “mare di Milano” come polo del divertimento agostano e quella di chi ne ha le tasche piene di pagarne le conseguenze. «Tre quarti dell’Idroscalo sorgono sul nostro territorio, eppure siamo completamente esclusi dalla gestione e dal controllo del parco», spiega il sindaco di Segrate Adriano Alessandrini. Il che significa tante scocciature e niente benefici: «La Provincia non mi ha nemmeno invitato all’inaugurazione, però mi ha chiesto di mettere a disposizione i miei vigili per gestire il traffico». Il problema dei parcheggi, dice, è annoso: «Tutte le domeniche ci ritroviame le auto una sopra l’altra, è il caos totale». E poi c’è la questione rumore: «Certi concerti iniziano già dal mattino. L’anno scorso ci è toccata la messa col sottofondo rock». A dare maggiori problemi sono proprio i concerti perché la faccenda discoteche sembra ormai archiviata : nella zona ovest, dove c’è la maggiore concentrazione di locali, sono previsti tetti di suono. Per la parte est, la direzione dell’Idroscalo minimizza: «Gli spettacoli non sono molti e finiscono tutti intorno alle unidici e mezza, orario accettabile. Quest’anno, poi, c’è la nuova Sala Azzurra, al chiuso e con tanto di condizionatore». Ma agli abitanti di Tregarezzo, piccola frazione a ridosso del parco, tremano pure i vetri: «Nessuno vuole impedire le manifestazioni all’aperto, ma servono barriere contro il rumore perché così non si può andare avanti» si lamenta Alessandro Seracini, residente in zona e presidente della circoscrizione San Felice: «Ciò che è stato fatto per i locali va applicato anche ai concerti».
Si ribatte anche sulla sicurezza: la Provincia, spiegano sempre dalla direzione, ha investito 200 mila euro per l’illuminazione dei parcheggi e da quest’anno all’interno del parco ci sarà una nuova sede della polizia provinciale: una decina di agenti che dovrebbero garantire, ha chiarito il presidente Filippo Penati, «prevenzione e deterrenza dei reati e dei fenomeni di illegalità». «Bene - dice Giovanni De Nicola, capogruppo di Alleanza Nazionale in Consiglio provinciale – ma il problema delle invasioni barbariche dei rom che bivaccano intorno alle piscine resta. Da quando c’è questa amministrazione l’Idroscalo è in caduta libera», nonostante i 30 milioni di euro che la Giunta ha speso in cinque anni.
In attesa dell’Expo che, nei progetti di Penati, dovrebbe rilanciare il “mare di Milano” come polo d’eccellenza per il divertimento lombardo, Regione, Provincia e Comune di Segrate hanno sottoscritto un accordo di programma che prevede l’inserimento della cittadina nella società che gestisce il parco: «Così avremo modo di prepararci al meglio per organizzare le manifestazioni, in modo da poterne beneficiare» spiega Alessandrini.
Tutto aspettando che l’Idroscalo, nei sogni della Provincia, diventi una chiccheria in stile Prater viennese che ora sembra quantomai lontana.

martedì 5 maggio 2009

Milano capitale della Tbc


Con 300 nuovi infettati all’anno, Milano si aggiudica il triste primato dei casi di tubercolosi. Motivo? La massiccia presenza di immigrati: il 70 per cento degli ammalati, infatti, è di nazionalità straniera. A lanciare l’allarme, nel giorno in cui si celebra il cinquantesimo anniversario della scoperta della rifampicina – il farmaco numero uno per la cura della Tbc – è l’assessorato comunale alla Salute: l’incidenza della malattia nel capoluogo lombardo è di 20-30 casi per 100 mila abitanti, contro la media italiana di 7-10. Il triplo. I trecento nuovi malati all’anno sono una costante degli ultimi dieci anni, ma mentre fino al 1999 a essere affetti da Tbc erano soprattutto gli italiani, ora la tendenza si è invertita. Così la Lombardia, che - ricorda l’assessore comunale alla Ricerca Luigi Rossi Bernardi - «ha giocato un ruolo cruciale nella scoperta di nuovi antibiotici», è una delle regioni italiane più colpite: sono tra i 1000 e i 1200 i nuovi casi all’anno.
«Milano assorbe circa 260 mila immigrati, di cui 30-40 mila sono irregolari», spiega l’assessore alla Salute Gianpaolo Landi di Chiavenna: «Sono soggetti che vivono nella marginalità, in situazioni igienico-sanitarie precarie che hanno ripercussioni sul loro stato di salute e su quello dei cittadini che con loro entrano in contatto». Vivono in dieci in uno scantinato o in un accampamento tra fango e spazzatura e il risultato è che «si manifestano sempre più forme di tubercolosi multiresistenti ai farmaci, difficili da monitorare e curare». La conferma dei dati, specifica Palazzo Marino, arriva anche dall’Istituto Villa Marelli dell’ospedale Niguarda (nella foto), centro regionale di riferimento per la cura della Tubercolosi, dove si diagnosticano e trattano circa il 60-80 per cento dei casi cittadini. Anche qui, gli immigrati sono in maggioranza dal 2000, rappresentando oltre il 65 per cento degli infetti. Di questi, il 65 per cento ha un regolare permesso di soggiorno ed è in Italia da più di tre anni: quasi sette su dieci di loro vivono in situazioni precarie. Mentre per chi è arrivato più tardi è anche peggio: quattro su cinque sono in condizioni a rischio. Per quanto riguarda gli italiani, invece, la malattia colpisce soprattutto adulti sopra i 35 anni e anziani.
Sebbene non siamo alle cifre degli anni Settanta, quando i casi in provincia di Milano erano quasi 2500 contro i 450 attuali, il quadro non è confortante. «Per questo – spiega Landi – un anno fa abbiamo dato il via al progetto “Immigrazione sana”» che coinvolge una rete di ambulatori cittadini che svolgono attività di prevenzione e monitoraggio della malattia, indirizzando poi gli utenti verso i reparti di infettivologia degli ospedali milanesi. In un report redatto nel 2008, i risultati di un’indagine conoscitiva avviata su circa trecento immigrati parlano chiaro: il 47 per cento non effettua controlli medici in Italia e il 54 per cento nemmeno nel paese d’origine. Per quanto riguarda la Tubercolosi, il 2,5 per cento si è curato dopo aver contratto l’infezione e il 3,5 per cento ha un parente che si è ammalato o è deceduto.
«La maggior parte degli immigrati contrae la malattia in Italia», precisa l’infettivologa Maria Rita Gismondo, responsabile del Laboratorio di microbiologia clinica dell’Università di Milano e referente del progetto “Immigrazione sana”: «Arrivano qui sani e contraggono la malattia a causa delle condizioni sanitarie in cui vivono. La questione, dunque, non è interrogarsi sui paEsi di provenienza di queste persone, ma fare di tutto per diffondere la cultura della prevenzione».

sabato 2 maggio 2009

Balthus e i Surrealisti


La luce e i colori che sfiorano i suoi corpi sono le apparenze attraverso cui Balthus (1908-2001) recupera, con scavo da archeologo, lo spirito dell’uomo. E’ dedicata a lui e ad altri pittori surrealisti la raccolta di scritti sull’arte di Antonin Artaud, tratti dall’opera completa e appena ristampati. «Stanco di una pittura di larve», l’artista francese di origini polacche rappresenta la reazione all’automatismo psichico del Surrealismo. Così come le tele di André Masson che scoprono «squarci di mondo» e quelle di Jean de Bosschère che passano «dietro il muro» delle apparenze sono il superamento di una corrente ormai sentita come «rivoluzione di castrati». Attraverso l’analisi degli artisti a lui più congeniali e del loro rapporto con il Surrealismo, un Artaud critico d’arte marca la distanza dal movimento cui aveva aderito nel 1924, abbandonandolo due anni dopo. Una selezione di ventuno testi del celebre drammaturgo francese che svela il rapporto tra la poetica dell’autore e un’arte che deve, come la pittura pre-rinascimentale, trasmettere «la vibrazione dell’anima, le profonde tensioni dell’Universo».
Da Corriere della Sera

BALTHUS E I SURREALISTI
di Antonin Artaud
A cura di Paola Lalario
Ananke, pp.127, €14

domenica 26 aprile 2009

Le cure fai-da-te e la sanità in rosso


C’è l’ipocondriaco che, appena scatta l’effetto collaterale, getta il farmaco in pattumiera. La vecchietta che si affida al passaparola della sciura Pina, mister “so- tutto-io” che si cura su internet, la mamma apprensiva che “guai a dare medicine al pargolo”, il malato di Alzheimer che si dimentica, quello che si cura male, troppo poco o – perché no – troppo.
Disubbidire al medico costa caro, e non solo alla salute. Quel 40 per cento di pazienti che non si attiene alle prescrizioni degli specialisti pesa sulle tasche del sistema sanitario: secondo gli esperti, 8 milioni di euro solo in Lombardia e 30 milioni in Italia. La stima - difficile parlare di cifre esatte - arriva dal Galeazzi, dove si sta progettando uno studio per monitorare la “compliance” cioè l’aderenza del paziente alle indicazioni del medico. Questione di complicità, dunque, che preoccupa gli addetti ai lavori. Il problema, spiega il dottor Mauro Porta, responsabile del Centro di disturbi extrapiramidali e Sindrome di Tourette del gruppo San Donato, ha diverse sfaccettature: si parte dalla mancata adesione della popolazione a rischio alle campagne di screening, si passa per la scarsa aderenza alle indicazioni terapeutiche di chi è ricoverato in ospedale, fino all’assunzione dei farmaci prescritti negli ambulatori del medico di famiglia. I più disobbedienti sono «gli anziani che si dimenticano, le persone affette da disturbi psichici e comportamentali, gli ipocondriaci e, in generale, tutti i pazienti affetti da malattie croniche» che, vessati da trattamenti a lungo termine, «tendono ad abbandonare le cure facilmente». In Lombardia, poi, la famigerata eccellenza del sistema sanitario in questo caso è un boomerang: «Ci sono troppi utenti e, di conseguenza, troppa fretta. Il medico non dedica tempo sufficiente a chi ha davanti, per infondergli fiducia e per capire quale sia il modo migliore per renderlo “compliante”. O anche semplicemente per verificare che possa sostenere economicamente la cura prescritta». Tutta colpa degli specialisti? Tutt’altro: i pazienti più saccenti «ricorrono spesso a cure fai da te scaricate da internet», i più ingenui «si affidano al passaparola con la vicina di casa». Per l’assessore regionale alla Sanità Luciano Bresciani, pur prendendo atto che le stime sui costi non vengono dal Pirellone, «il problema c’è ed è serio», ma «essendoci la libera scelta e non potendo puntare una pistola alla tempia del malato» non è di facile soluzione.
L’assenza di “compliance”, insomma, non si risolve su due piedi, ma si può provare a minitorarla e, di conseguenza, ad arginarla. «Per misurare la mancata aderenza alle cure – spiega il professor Egidio Moja, ordinario di Psicologia clinica alla facoltà di Medicina dell’Università Statale – basterebbe che il medico chiedesse al paziente la restituzione delle confezioni vuote dei farmaci o, nel caso ci sia, pretendere una maggiore attenzione da parte di chi si prende cura del malato. Addiruttura, in alcuni studi scientifici, si usano barattolini muniti di chip che registra giorno e ora in cui il medicinale viene assunto». Ma il problema va risolto soprattutto a monte: «E’ necessario migliorare la visita medica dal punto di vista comunicativo. Bisogna capire atteggiamento e opinione del paziente sulla terapia e instaurare un rapporto di fiducia, restituendo credibilità alla figura dello specialista». In una parola, complicità.

venerdì 24 aprile 2009

Il cuore delle donne


Stressate, ansiose e fumatrici, le donne hanno il cuore molto più fragile di quanto pensino. Tanto che le malattie cardiovascolari sono una delle principali cause di morte, di gran lunga superiori ai tumori. A lanciare l’allarme è il professor Francesco Donatelli, ordinario di Cardiochirurgia all’Università Statale e direttore del Dipartimento Cardio Vascolare dell’IRCCS Multimedica di Sesto San Giovanni. «Le patologie cardiovascolari sono da sempre considerate prevalentemente maschili, ma i dati di mortalità dicono il contrario». Secondo un rapporto del 2008 dell’ “European Heart Network”, il 54 per cento delle morti, nelle donne, è causato da malattie cardiovascolari, contro il 17 per cento per tumori. Un rapporto di circa tre a uno che dista molto dalla situazione maschile dove il 38 per cento delle morti è dovuto a malattie di cuore, contro un 28 per cento da attribuire ai tumori in generale. E il quadro, in Lombardia, rispecchia quello europeo: secondo le ultime stime Istat, nel 2006 i morti per malattie circolatorie e di cuore nella popolazione femminile sono stati 26.981 contro 20.806 in quella maschile. Più dei tumori che hanno ucciso 12.825 donne e 16.292 uomini. Anche i numeri sui fattori di rischio non sono confortanti: «Dall’età della menopausa in poi, il 49 per cento delle donne è iperteso, il 38 per cento ha livelli di colesterolo elevati, il 33 per cento ha una sindrome metabolica, il 30 per cento è obeso, oltre il 10 per cento è diabetico». A fare la parte del leone sono le abitudini scorrette, alimentari e non: «Diete ricche di grassi, scarsa attività fisica e fumo. L’incidenza di fumatrici tra le adolescenti è del 30-35 per cento circa». E poi c’è la tendenza, tutta femminile, a sottovalutare il problema: «Prendiamo, ad esempio, l’infarto. La distanza di tempo che intercorre tra la percezione della classica fitta e il momento in cui il paziente è nelle mani dell’emodinamista, nelle donne è una volta e mezza quella degli uomini. Perché la donna sopporta di più il dolore, tende a minimizzarlo e quindi a ritardare l’intervento». E’ la forza che, in questi casi, diventa debolezza.
La soluzione sta in un’unica parola, prevenzione. «Si è fatto molto per le campagne di prevenzione contro i tumori, in primis quello al seno. Con grandi risultati. Ora bisogna fare altrettanto per il cuore». Partendo dal messaggio sul pacchetto di sigarette e arrivando allo screening: «Basterebbe fare per il cuore ciò che, ad esempio, fa la mammografia per il seno. Per le donne in menopausa, che hanno un rischio cardiovascolare maggiore, servirebbero un prelievo per gli esami del sangue, un colloquio e un questionario sulle abitudini».
Già, le abitudini. Che al menage familiare sommano il peso di una scalata sociale che si fa sempre più insistente. Così, «conciliare famiglia e lavoro diventa spesso uno stress insostenibile», spiega Carmen Leccardi, sociologa dell’Università Bicocca esperta in problematiche di genere e pari opportunità. «In regioni come la Lombardia, dove il 60 per cento delle donne ha un’occupazione, il problema è particolarmente rilevante: ci si trova spesso e volentieri con un doppio lavoro, quello per figli e marito e quello per il mercato. E questa vita all’insegna del funambolismo, oltre a causare ansie e stress, lascia poco tempo per sè, per curare alimentazione e forma fisica». La soluzione ? «Considerare la conciliazione casa-lavoro anche un problema maschile, smettendola di sventolare le pari opportunità soltanto come uno slogan sociale».

Medici sulla difensiva

Il signor Rossi ha un tumore al pancreas: il suo chirurgo può decidere di operarlo offrendogli una speranza di vita di un anno e mezzo, oppure curarlo con la chemioterapia garantendogli una sopravvivenza di sei mesi. Nel primo caso il rischio di mortalità è alto, così il medico opta per la seconda soluzione. Perché teme, nel caso l’intervento vada male, di finire davanti al giudice.
Niente a che vedere con la malasanità, sia chiaro, ma questa pratica, detta propriamente “medicina difensiva”, è in aumento. A denunciarlo è Mauro Longoni, coordinatore lombardo dell’Acoi, l’associazione dei chirurghi ospedalieri, e primario di chirurgia all’ospedale di Sesto San Giovanni: «Il medico, nel timore di arrivare al contenzioso legale, o decide ad esempio di non operare pazienti a rischio, oppure prescrive un numero di esami, visite e indagini diagnostiche non indispensabili». In sostanza, nel primo caso si tratta di un eccesso di cautela, nel secondo di eccesso di zelo. Ma il fine è sempre lo stesso: tutelarsi.
Ma da cosa ? «Dalle cause medico-paziente che sono in sensibile aumento». Un po’ di numeri: al Tribunale del malato di Milano, nel 2008, sono arrivate 381 segnalazioni di errori medici. La cosiddetta “malpractice” «è in generale aumento - spiega Liberata Dell’Arciprete, segretario regionale del Tribunale -. La metà degli esposti che ci arrivano riguarda proprio l’errore. E la Lombardia è la capofila di questo fenomeno: «Nel 2007, su ventimila segnalazioni, il 25 per cento è arrivato dalla nostra regione. Questo non perché il nostro sistema sanitario non funzioni, anzi, ma perché ha un bacino d’utenza che va bel al di là dei confini regionali». In dettaglio, le lamentele riguardano, nell’ordine, errori durante interventi chirurgici, diagnosi sbagliate, terapie non corrette, problemi durante la fase di riabilitazione. Tutto avviene soprattutto durante il ricovero, poi in pronto soccorso, in ambulatorio e per ultimo a casa. I settori più coinvolti sono ortopedia, oncologia, ginecologia e ostetricia, chirurgia generale. C’è da dire, però, che non tutte le segnalazioni sono fondate: «I pazienti spesso scambiano le complicanze, fenomeno fisiologico, con episodi di malasanità. C’è molta confusione, alimentata anche dai casi che finiscono sui giornali», precisa Longoni. E, a volte, c’è anche la malafede: «L’ambito sanitario è quello in cui si ottengono più facilmente i risarcimenti». Così i medici, per difendersi, ci vanno coi piedi di piombo: «E’ un atto istintivo di autoprotezione».
Da uno studio del novembre scorso, condotto su mille medici della Società italiana di chirurgia, emerge che il 77,9 per cento di coloro che hanno risposto al questionario ammette di aver adottato almeno un comportamento di medicina difensiva durante l’ultimo mese di lavoro. L’82,8 per cento ha inserito in cartella clinica annotazioni evitabili per eccesso di scrupolo, il 61,3 per cento avrebbe prescritto un numero di esami maggiore di quello necessario, il 26,2 per cento avrebbe escluso pazienti a rischio da alcuni trattamenti, oltre le normali cautele. E la motivazione è sempre la stessa: l’80,4 per cento di loro ha detto di averlo fatto per paura di un contenzioso medico-legale. «L’unico modo per sconfiggere il fenomeno – spiega Longoni – non è certo accanirsi contro i pazienti che denunciano, ma andare alla radice del problema rinsaldando il rapporto di fiducia tra il malato e il suo medico tramite, ad esempio, lo strumento del consenso informato».

Turismo sanitario cinese

Dalla Cina al Gaetano Pini per un’operazione all’anca. O all’Oftalmico per un intervento agli occhi. L’eccellenza sanitaria milanese fa gola alle popolazioni dell’Estremo Oriente che, presto, potrebbero volare da queste parti non solo per fotografare i monumenti e le vetrine del quadrilatero, ma per beneficiare del nostro sistema sanitario. Magari rimpinguandone le tasche. E risparmiando alla grande: perché se farsi operare negli Stati Uniti, come molti di loro già fanno, viene tot, da noi costa la quinta parte.
Secondo le stime della Fondazione Italia Cina, la onlus milanese fondata nel 2003 da Cesare Romiti, potrebbero essere 120 milioni i nuovi potenziali pazienti d’oltreoceano: cioè tutti i cinesi, ricchi o benestanti, che hanno un reddito tale da potersi permettere cure private fuori dalla Repubblica Popolare. E che, per ora, affollano le strutture ospedaliere di Stati Uniti, Giappone e Germania. Per ora, appunto. Perché fra non molto potrebbero arrivare anche da noi: una prima nutrita delegazione di 30 Direttori Generali dei più prestigiosi ospedali della Cina è approdata ieri al Policlinico per porre le basi di un accordo che porterà a un gemellaggio tra i due sistemi sanitari, sia per quanto riguarda la ricerca universitaria sia - e questa è la novità – per le cure e ricoveri veri e propri. Milano tende una mano e l’offerta è più che vantaggiosa, spiega Girolamo Sirchia, già ministro della Sanità e promotore dell’incontro di ieri: «In Cina più di 300 milioni di persone si rivolgono alla sanità privata e molti decidono di curarsi all’estero. Perché non attrarne una quota anche noi, data la riconosciuta eccellenza di molte nostre strutture sanitarie e concorrere in questo modo al finanziamento del nostro sistema sanitario?». In tempi di crisi, l’accordo porterebbe risorse per noi e risparmi per loro: «Tutti coloro che dalla Cina migrano negli Usa per farsi curare, venendo in Italia spenderebbero un quarto o un quinto». Perciò se un’operazione all’anca, ad esempio, a New York o a Chicago costa la bellezza di 100 mila dollari, a Milano se la caverebbero, nel privato, con ventimila su per giù. «In più da noi – continua Sirchia – arriverebbero capitali freschi, al di là del tetto di spesa fissato per la Regione, visto che si tratta di pazienti che accedono privatamente alle nostre strutture».
Ci vorrà ancora tempo per delineare i termini dei gemellaggi (numero di pazienti da trasferire, ospedali da individuare), ma gli strumenti non mancano: «Qui abbiamo ottime cardiologie e cardiochirurgie, ortopedie, chirurgie del fegato, oncologie». Eccellenze che ieri hanno presentato le loro punte di diamante: la Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli e Regina Elena con la sua ostetricia e ginecologia e i suoi studi sulle malattie rare, il “Don Gnocchi” e i reparti di riabilitazione e di trattamento della disabilità, l’ortopedia del Gaetano Pini, la psichiatria e la cura della vista al Fatebenefratelli ed Oftalmico, le terapie per la lotta ai tumori della Fondazione Cnao di Pavia, Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica. Una collaborazione all’insegna del “do ut des” per cui la Cina, all’esportazione di pazienti affiancherà quella della sua medicina tradizionale: il progetto, che vanta già un accordo sottoscritto dalla Fondazione Italia Cina, prevede l’arrivo in Italia di un centro nazionale di medicina tradizionale cinese, i cui esperti, si augura Sirchia, metteranno i pazienti al riparo dai tanti medici «improvvisati».

Arte e psichiatria al Fatebenefratelli

Creta e cartapesta sono le materie prime per la “ristrutturazione del coraggio”. Così, psichiatri e psicologi del Fatebenefratelli amano chiamare la nuova terapia dedicata a piccoli e adolescenti affetti da disturbi emotivi o vittime di bullismo. Un paio di locali colorati, l’esperienza dei docenti dell’Accademia di Brera e il sostegno dei medici fanno il resto. Così è nato da poco il “Laboratorio di ricerca e terapeutica artistica”, frutto della collaborazione tra il dipartimento Materno Infantile e quello di Salute Mentale dell’Ospedale Fatebenefratelli, l’Associazione liberaMente onlus, l’assessorato alla Sanità e la Presidenza della Regione Lombardia, l’Accademia delle Belle Arti di Brera e la multinazionale PricewaterhouseCoopers.
Nei due locali ricavati all’interno dell’ospedale, circa una dozzina di bimbi e ragazzini tra i nove e i dodici anni diventano artisti, seguiti da uno psicologo e dai professori di Brera. Si incontrano un paio di pomeriggi la settimana per dar vita alle loro sculture, gemme di un’opera collettiva che prende forma via via che passano i giorni. «I ragazzi stanno realizzando la loro parte singolarmente – spiega Franca Bifano, presidente di liberaMente, l’associazione che grazie a una raccolta di fondi ha permesso di acquistare arredi e materiali -. Lo scopo, però, è quello di realizzare un’opera collettiva in cui possano comunque distinguere il loro contributo». Per sentirsi parte di un tutto, coltivando sia la comunicazione individuale che la relazione con il gruppo. Per ora il laboratorio, prima esperienza del genere in Europa, è riservato ai pazienti del Fatebenefratelli, in particolare ai ragazzi dell’ “Ambulatorio multidisciplinare per le vittime del bullismo e non solo”. Presto, si augura Luca Bernardo, direttore del dipartimento Materno Infantile, «vorremmo che fosse accessibile, gratuitamente, a tutti coloro che ne abbiano bisogno». Perché l’arte, che non prescinde dalla medicina, è un’arma vincente nella lotta al disagio giovanile: «La scelta dei materiali poveri per plasmare le sculture non è casuale – dice Bernardo -. Essendo duttili e trasformabili, la loro lavorazione rispecchia la possibilità di cambiamento e trasformazione dello stato emotivo di questi ragazzi». Pazienti anche molto giovani che hanno subito violenze dai coetanei, che hanno tentato il suicidio o che hanno problemi legati all’abuso di alcool o droghe. Ragazzi fragili che, mattone su mattone, hanno bisogno di «ristrutturare» la propria personalità. Una raccolta fondi per aiutare l’iniziativa è prevista a giugno: il 16, infatti, liberaMente inaugurerà la mostra dell’artista Roberto Panzeri nella sede della PricewaterhouseCoopers di via Monterosa.